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Cosa significa ribelle e qual è il suo ruolo ecologico.
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Cosa significa ribelle e qual è il suo ruolo ecologico. Oggi la parola ribelle è ovunque. Negli slogan pubblicitari, nei post motivazionali, nelle bio su Instagram. Tutti si sentono un po’ ribelli: i brand, i coach, persino le aziende quotate in borsa. Ma c’è un piccolo dettaglio che nessuno sembra notare: un vero ribelle non si lascia etichettare. Se provi a dirgli che è un ribelle, si ribellerà proprio a quella definizione. Perché la ribellione, quella autentica, non è uno stile, né un’identità da esibire. È una funzione ecologica. Un ruolo vitale nei sistemi complessi. E questo forse, è il primo articolo che leggerai che cerca di spiegartelo.
Cosa significa ribelle: la diversificazione è la chiave di lettura.
Molto spesso sento parlare di “Natura”, ma sempre meno con cognizione di causa.
La natura non è un luogo.
Non è un bosco in cui facciamo passeggiate rigeneranti, né un paesaggio da contemplare.
La natura è il più grande sistema complesso che conosciamo.
Puoi chiamarla come preferisci, in base alla tua visione del mondo: universo, Dio, grande madre.
Ma qualunque nome tu scelga, non cambia la sua identità profonda.
La natura è tutto ciò che esiste.
E se è tutto ciò che esiste… sai cosa significa?
Pensaci un attimo.
Prova a guardarti allo specchio.
Sì, proprio così: anche tu, anche io, siamo natura.
Non “nella” natura. Ma parte di essa.
Se vuoi approfondire questo concetto, puoi leggere il mio articolo: Cos’è la natura e perché ha poco a che vedere con l’ambiente.
Tornando a noi: la natura, in quanto sistema complesso, è composta da elementi, interconnessioni e una funzione (o tendenza come preferiscono chiamarla alcuni ricercatori).
Per quello che possiamo osservare, la sua tendenza più evidente è quella verso la massima diversificazione possibile.
Sembra semplice, vero?
In realtà è molto più interessante di quanto sembri.
La natura è così orientata a questo obiettivo che persino la casualità sembra agire in funzione della diversificazione.
Paradossalmente, potremmo dire che la casualità stessa non è casuale, ma è parte del meccanismo attraverso cui il sistema si rinnova e si espande.
Facciamo un esempio.
Immagina che un meteorite colpisca la Terra.
Sì, potremmo chiamarlo un evento casuale.
Ma il suo effetto, distruttivo, imprevedibile, traumatico serve a resettare un equilibrio che si era potuto ipoteticamente irrigidito.
Quel meteorite, in termini sistemici, diventa uno strumento di rinnovamento.
Provoca l’estinzione di specie non più adattabili, e apre spazi evolutivi a nuove forme di vita, più resilienti e dinamiche.
In altre parole, la natura quando un sistema diventa troppo statico lo mette in crisi (anche quando ancora non lo è, ma interviene preventivamente, appunto "casualmente").
Ora potresti chiederti: “ma perché, Lorenzo, mi stai facendo tutto questo spiegone?”
Perché il significato profondo della parola “ribelle” è strettamente connesso proprio a questo.
Alla natura.
Alla sua funzione.
Al modo in cui i sistemi complessi si mantengono in equilibrio dinamico.
Come ho detto prima: ogni sistema complesso è composto da elementi, interconnessioni, e uno scopo.
E lo scopo o funzione sistemica, determina più di tutte le parti che lo compongono il comportamento del sistema.
Ne influenza ogni parte.
Ne plasma l’evoluzione.
E il ribelle, in questo contesto, non è una devianza.
È una risposta sistemica.
Una necessità evolutiva.
Il ribelle che ruolo ha nella natura?
Per anni mi sono chiesto quale fosse il mio posto nel mondo.
Non conoscevo ancora la teoria dei sistemi complessi.
Non sapevo nulla di scopi sistemici, feedback, retroazioni o interconnessioni.
Eppure, sentivo dentro di me un bisogno irrinunciabile: trovare il mio scopo.
Capire perché ero qui.
A cosa servisse tutto questo.
Dove stessi andando.
Dopo tanto tempo, tante strade percorse e altrettante lasciate a metà, oggi penso di averlo trovato.
O meglio: penso di aver compreso qual è lo scopo di ogni sistema complesso.
Seplice e banale alla fine: realizzare il proprio scopo.
Perché sì, è semplice e potente allo stesso tempo: il comportamento è figlio dell'obiettivo.
E se vuoi davvero comprendere il tuo scopo, degli altri, della società, del mondo devi prima di tutto guardare in faccia il comportamento che viene generato.
E così ho iniziato a unire i puntini.
A guardare i miei comportamenti, le mie scelte, i miei slanci e i miei rifiuti.
Ho cercato nella mia storia i segnali di una direzione.
E quello che ho visto è stato davvero pazzesco: il mio scopo è quello di creare complessità.
E come si crea la complessità?
Cosa significa, davvero?
La complessità si genera attraverso le interconnessioni.
Aumentando le relazioni.
Non solo nel numero, ma anche nella qualità.
Un sistema è più complesso quando è più interconnesso.
E più un sistema è interconnesso, più è diversificato.
E più è diversificato, più è resiliente.
Ecco allora la mia direzione: creare un sistema più complesso, più connesso, più resiliente.
Ma cosa centra tutto questo con il ribelle?
Vediamone insieme il significato che troviamo su Treccani: [...] Più genericam., che si mostra impaziente a costrizioni o imposizioni esterne, indocile: è un temperamento, un carattere r.; un bambino r.; è r. a qualsiasi consiglio e suggerimento; assol., e sostantivato: è un r., una ribelle.
Fermiamoci un attimo.
C’è qualcosa che salta subito all’occhio in questa definizione.
Sai cos’è?
Che non descrive lo scopo del ribelle.
Descrive il suo comportamento conseguente.
“Si mostra impaziente a costrizioni”, “indocile”.
Al tempo stesso, però, appare un’altra cosa interessante: “È un temperamento. Un carattere.”
Cioè, non è una scelta la ribellione. È un modo di essere.
Un’attitudine intrinseca, non solo una reazione a qualcosa.
Certo, si può agire da ribelli, ma essere ribelli è tutta un’altra faccenda.
E qui torniamo ai sistemi complessi.
Se ogni sistema complesso ha uno scopo e il comportamento è solo la conseguenza di quello scopo… allora qual è lo scopo, o meglio ancora, la funzione del ribelle?
Te lo dico in una parola: divergere.
Il ribelle è colui o colei che devia dalla linea principale, che spezza l’omeostasi del sistema, che apre nuove possibilità.
E attenzione, non lo fa per distruggere.
Lo fa per creare alternative.
Ovviamente, a seconda degli strumenti che utilizza per esprimere la sua ribellione,
il risultato sarà diverso:
-
Se il ribelle è un artista, creerà nuovi mondi immaginari a cui ispirarsi.
-
Se è un designer, li progetterà.
-
Se è un imprenditore, li costruirà.
Ma non commettiamo l’errore di pensare che i ribelli siano tutti uguali.
La natura non ragiona per categorie nette.
Io, per esempio, sono ribelle.
Ma la mia ribellione è diversa da quella di chiunque altro.
Esiste un’espressione, chiamiamola così, genetica della ribellione.
Una sorta di “intensità” sistemica, diversa da persona a persona.
Ci sono ribelli impulsivi, silenziosi, strategici, istintivi.
Alcuni esplodono. Altri sgretolano. Altri ancora creano alternative nel buio.
Non c’è un solo modo di divergere.
E la cosa più affascinante è che quasi tutti abbiamo una dose di ribellione dentro.
Solo che in alcuni è una scintilla, in altri un incendio.
In alcuni è espressa, in altri repressa.
In alcuni è consapevole, in altri ancora dorme.
Ma è lì.
Perché in fondo, come ci insegna la natura, non è l'equilibrio ma è l'entropia la leva dell'evoluzione, e quindi l'esistenza evolve proprio grazie a chi osa uscire dalla traiettoria.
Il ribelle è quindi un caotico.
Il ribelle è un creatore di complessità.
Un essere che è più in grado di altri di immaginare, progettare e creare nuovi mondi ed alternative.
É un accelleratore di diversità.
È un moltiplicatore di opzioni. Un amplificatore di divergenza. Un agente del cambiamento.
Ecco perché, in un sistema vivo, il ribelle non è un’anomalia.
È una funzione ecologica.
Cosa significa ribelle: oggi viviamo in un mondo di finti ribelli.
Oggi siamo circondati da campagne di marketing, influencer e divulgatori/trici che vendono prodotti “per ribelli”.
Non lo fanno più nemmeno in modo sottile: usano apertamente l’etichetta.
“Il festival per chi mette in discussione il modello socio-economico”, “la banca per chi non crede nelle logiche del mercato”, “la community per chi rompe gli schemi”.
Tutto molto bello.
Peccato che sia tutto pensato per vendere meglio all’interno dello stesso sistema che dicono di voler superare (per approfondire: Perché la Green Economy non è un modello sostenibile).
Ecco il problema (anzi, i problemi).
Primo: chi ha valori diversi dal capitalismo non è un’eccezione. É la normalità.
Ognuno di noi, consapevolmente o meno, porta dentro di sé una visione di come dovrebbe funzionare la realtà.
Un proprio mondo ideale.
Una società possibile.
Un insieme di valori, relazioni, regole, significati.
Queste visioni non sono tutte uguali, ovviamente. Alcune sono intime, poetiche, comunitarie. Altre più individuali, gerarchiche, performative.
Fra miliardi di esseri umani è naturale che ci siano infiniti mondi immaginati.
E tra tutti questi, ce ne saranno ovviamente alcuni che somigliano, per cultura, educazione o interesse al modello capitalista.
Chi ha quella visione oggi, paradossalmente, è fortunato.
Perché vive già nel mondo che sogna.
Ma chi ne immagina uno diverso, non è un ribelle.
È semplicemente una persona che non si riconosce nel paradigma dominante.
Non è devianza, non è eccezione, non è trasgressione.
È biodiversità di pensiero.
Secondo: chi è ribelle è un/una divergente.
Essere ribelli non significa semplicemente avere un’opinione diversa.
Significa non riuscire, nemmeno volendo, ad aderire a un pensiero dominante.
È un rifiuto viscerale. A volte inspiegabile.
Quasi genetico.
Ti faccio un esempio banale: io amo il colore giallo.
Ma se domani tutti iniziassero a indossare magliette gialle perché “fa tendenza”, ecco… improvvisamente quel colore perderebbe per me ogni attrattiva.
Non è per me una scelta strategica.
È un impulso profondo: la divergenza come istinto.
…ma non significa che quell’istinto sia scomparso.
Significa solo che ho imparato a dialogarci.
A non lasciarmi travolgere da ogni scossa, da ogni spinta centrifuga.
Ma è ancora lì.
È parte del mio codice.
Solo che oggi ho gli strumenti per scegliere quando farlo esplodere e quando trasformarlo in progettazione, in azione consapevole, in creazione.
Quando ero più giovane era come avere un fuoco acceso sotto la pelle.
Qualsiasi cosa odorasse di imposizione, autorità, omologazione… mi scatenava.
E lo ammetto: spesso non capivo nemmeno il perché.
Oggi invece so da dove nasce.
So che quell’istinto non era un difetto da correggere, ma una funzione biologica, ecologica, evolutiva.
Era la mia parte divergente che cercava un modo per esprimersi, per indicare nuove strade, per rompere l’automatismo dell’adattamento.
Il ribelle, in fondo, non combatte per ribellarsi.
Lo fa per ricordare al sistema che c’è sempre un’altra possibilità.
Non nasce per armonizzare, anche se spesso finisce per creare nuovo equilibrio.
Il suo scopo primario non è l’equilibrio. È il caos creativo.
Il ribelle rompe la simmetria.
Introduce attrito.
Crea possibilità dove prima c’era solo consenso.
Non è lì per adattarsi. È lì per far saltare il paradigma.
Per costruire mondi che ancora non esistono.
Ecco perché il ribelle è necessario, anche se scomodo.
Perché ogni sistema, per non morire di rigidità, ha bisogno di un principio che lo destabilizzi.
E quindi un vero ribelle, nel momento stesso in cui viene chiamato “ribelle” in una sponsorizzata, si ribellerà al fatto di essere definito tale.
È la sua natura.
Il ribelle non sopporta l’etichetta, nemmeno quella che in teoria lo celebra.
Ecco perché, in realtà, quei prodotti, eventi o campagne pubblicitarie non stanno intercettando veri ribelli.
Stanno semplicemente parlando a persone con una visione diversa rispetto al pensiero dominante.
Che è già qualcosa, ma è un’altra cosa.
Sai perché lo so?
Perché immaginati un team composto da 10 persone esattamente come me, veri ribelli sistemici, sarebbe totalmente ingestibile.
Sarebbe un vortice di idee, deviazioni, creazioni e soprattutto provocazioni.
Un’esplosione continua.
Ma ogni sistema complesso, per evolvere, ha bisogno di una tensione dinamica tra innovazione e stabilità.
Troppa spinta divergente = troppa entropia = collasso.
Ecco perché mi viene sempre un sorrisetto scettico quando vedo eventi con migliaia di persone “ribelli”.
Perché è statisticamente (e sistemicamente) impossibile.
Cosa significa ribelle: conclusione.
Il ribelle, per dirlo in chiave sistemica, è un’interconnessione debole rispetto al sistema da cui proviene quello a cui si oppone, da cui si distacca, che non riesce più a contenerlo.
Ma allo stesso tempo è un’interconnessione forte per il sistema nuovo che sta cercando di far nascere.
È un ponte tra due mondi, una soglia vivente.
Il ribelle è la spinta caotica che rompe la simmetria e apre lo spazio alla possibilità.
È l’interferenza creativa che disallinea il presente, per immaginare un futuro diverso.
È l’anomalia fertile, la crepa da cui filtra la diversità.
Ecco perché non puoi pianificare i ribelli, né contenerli in un format.
Puoi solo accogliere il loro passaggio, e ringraziarli per il disordine necessario che portano.
Perché, in un mondo che implode sotto il peso della sua stessa rigidità, il ribelle non è il problema.
È l’unica possibilità di evoluzione.
Approfondimenti
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Ecologia della ribellione e successione ecologica
Nella natura, i disturbi (incendi, frane, meteoriti) non sono “il problema”: sono momenti che aprono la successione ecologica. Prima arrivano le specie pioniere, poi la diversificazione progressiva.
→ Il ribelle, in questo senso, è una specie pioniera: non resta per sempre, prepara il terreno, rompe la crosta, rende possibile il resto. Questo chiarisce anche perché un sistema fatto solo di ribelli crolla: servono anche specie stabilizzatrici.
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Ribelle e nichilismo
Non tutta ribellione crea nuove possibilità. Alcune sono distruttive e basta, incapaci di generare legami. Anche in natura: non tutti i disturbi portano a più complessità, alcuni desertificano.
→ Forse qui il discrimine non è “ribelle sì/no”, ma che qualità di ribellione porti: se genera connessioni nuove (quindi vera complessità) o se si limita a spezzare senza fecondare.
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Il rischio di appropriazione sistemica
I “finti ribelli”: ogni sistema ha la capacità di metabolizzare la ribellione e trasformarla in nutrimento per sé (pensa al punk diventato moda di massa).
→ Un ribelle che viene catturato dal sistema dominante diventa “anticorpo mancato”? O comunque svolge una funzione utile, anche se paradossale (perché fornisce al sistema gli strumenti per irrobustirsi)? Questo passo lo puoi approfondire tramite la lettura del mio libro "La Fine del Capitalismo".
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Ribellione e cooperazione
La ribellione non esiste mai in solitudine: un ribelle che non trova almeno una piccola comunità che lo sostiene, spesso implode o si esaurisce. In ecologia, la specie pioniera sopravvive solo se arrivano altre specie a creare un ecosistema.
→ Quindi la ribellione ha senso solo se seguita da convergenza: è un atto che chiama altre interconnessioni.
Altri articoli per te.
Per uscire dalla crisi climatica stiamo utilizzando gli stessi modelli e valori che l'hanno creata. Non te lo sentirai dire spesso ma un business non esiste per vendere. Un business esiste per dare alle persone gli strumenti necessari ad essere davvero felici. La vendita, come l'equilibrio del pianeta, sono solo dirette conseguenze di questo comportamento.
